Speciale Ca’Foscari Film Festival: il concorso internazionale di cortometraggi

di Giulia Pugliese

Il Ca’ Foscari Film Festival è un festival fatto da giovani per giovani (il primo festival di studenti universitari d’Europa), ma in realtà ha già 15 anni. Unisce giovani e cortometraggi, permettendo a studenti di cinema di mostrare i loro progetti e di avere un’eco internazionale, facendo incontrare aspiranti registi da tutto il mondo tra loro e garantendo loro un pubblico. Il Ca’ Foscari Film Festival ha un fitto programma di rassegne speciali, ospiti internazionali ed eventi collaterali. Molti di questi cortometraggi sono sorprendenti per la maturità, ma anche per la semplicità con cui vengono realizzati, si spazia per temi e messa in scena.

3MWh di Marie-Magdalena Kochová (Repubblica Ceca)

Il cortometraggio vincitore del concorso racconta l’ossessione di un operaio di una centrale nucleare per consumare la giusta quantità di energia, in controtendenza con un mondo che divora tutto. L’opera ha un aspetto documentale e ricorda vagamente i vecchi documentari sovietici. La regista ha fatto una ricerca stilistica sorprendente su come rendere visivamente il messaggio del cortometraggio, attraverso l’uso della pellicola da 16 mm e l’inserimento di scariche create digitalmente che la danneggiano. La messa in scena accompagna il messaggio; nonostante la fotografia e l’assenza di una narrazione tradizionale, l’opera risulta affascinante e ben delineata. Per tutto il cortometraggio vediamo il protagonista nella sua quotidianità, il suo volto e il suo annotare i consumi. Il protagonista guarda spesso verso il cielo (non per cercare Dio) e ha comportamenti molto terreni, con un finale che mette insieme scienza e realismo magico.
Una riflessione su quanto ci resta, sulla responsabilità verso il mondo e sul prendere il giusto per lasciarlo agli altri.

L’Attaque di Aureliana Bontempo (Italia)

Il cortometraggio ha un inizio a misura di bambino, tira in ballo il fantasy, ma anche il concetto di credere, di accogliere l’altro e di fiducia. Parte dal mondo della fantasia per raccontare qualcosa di reale, ma che molto spesso è tratteggiato, come l’abuso. L’opera racconta il rapporto tra due sorelle, Emma e Aurora, dove tutto sembra in un modo, ma poi pare essere in un altro. Il cortometraggio è in bilico tra la voglia di crescere (Emma sta lasciando casa per trasferirsi da sola) e il desiderio di rimanere un po’ bambini (il gioco delle ombre cinesi). Ci vengono presentati specchi e porte socchiuse da cui spiare. Tutto verte sull’ambiguità: le ombre che aleggiavano nel cortometraggio sono quelle che risiedono nella comprensione delle due ragazze, di ciò che sta accadendo loro e di cosa fare. Come raccontare una molestia subita? Come credere all’abuso, che può essere anche un costrutto personale? La verità è già lì, ma non si la vuole vedere.

My Mother is a Cow di Moara Passoni (Brasile/USA)

Quest’opera contrappone violenza di genere e abbandono alla natura e all’empatia che si può creare verso altri esseri viventi. Il cortometraggio inizia con un abbraccio in un ambiente freddo e metropolitano: Mia ha dodici anni e non può rimanere con sua madre, che è in pericolo per qualche motivo che non ci viene detto (forse un amante violento?). Mia è stata picchiata, ne porta i segni sul volto. Il cortometraggio spesso sovrappone lo sguardo di Mia con quello dello spettatore, utilizzando la soggettiva e facendoci sentire i suoi pensieri. Arrivata al ranch della zia, pieno di animali e natura, capiamo l’estraneità di Mia a questo mondo e la sua solitudine, resa attraverso elementi horror e tentativi di fuga. Tuttavia, la protagonista imparerà a conoscersi e a fare la cosa giusta attraverso la natura, compiendo una sorta di rituale, che le permetterà di esorcizzare il dolore.
Natura, violenza di genere, altruismo e magia popolano questo cortometraggio, grazie anche all’intensità della protagonista, che ci fa interrogare sul concetto di sicurezza: le donne sono delle mucche da mandare al macero, e per questo si fugge dal crescere.

Punter di Jason Adam Maselle (Sudafrica/USA)

Tema caro ai giovani registi del concorso del Ca’ Foscari Film Festival: la famiglia, specie nei suoi rapporti conflittuali e disfunzionali. Punter ha una bellissima fotografia luminosa e, a un certo punto, arriva una canzoncina reggae, in contrasto con gli avvenimenti del cortometraggio. Tocca il nervo scoperto dei figli di genitori con dipendenze, che arrivano sempre secondi dopo i vizi. Il protagonista, Brett, sa cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma per entrare nella vita del padre questi confini si assottigliano, portandolo però a uno stato di disagio e smarrimento, dovuto anche all’incapacità del padre di fare da guida al figlio, inadeguato persino nei momenti quotidiani. Sullo sfondo, un Sudafrica di uomini che vivono di espedienti e tentano di fregarsi l’un l’altro.
Nel cortometraggio trapela il dolore del protagonista, anche grazie all’ottima recitazione del giovane attore, agli spazi angusti e allo sprezzo delle persone che incontra. Impossibilitato ad avere l’amore paterno, viene sminuito, insieme ai gesti d’affetto che rivolge al padre. La regia, attraverso inquadrature spesso sbilenche e strette sui volti, rende palpabile questo disagio. Alla fine c’è una dolorosa resa: diventare complice del padre per ottenere uno scampolo d’affetto. Vince il premio per la miglior sceneggiatura e la menzione speciale per l’impegno sociale delle nuove generazioni. Amaro.

Dragfox di Lisa Ott (Regno Unito)

Spesso crescere significa anche scoprire la propria identità di genere. Questo cortometraggio d’animazione, girato in stop motion, parla di un ragazzo che sogna di indossare i vestiti di sua sorella. A un certo punto avviene qualcosa di magico, che gli permetterà di rivelarsi alla sua famiglia.
Entriamo in un mondo di fantasia per raccontare l’interiorità di un ragazzo che ha paura di non essere accettato. Se il tema è importante e doloroso, lo spettatore viene invece investito da una sorta di calore, di divertissement, di paillettes, di magia e stupore, grazie anche alla voce di Ian McKellen. La stop motion riesce a dare un senso di tridimensionalità ai suoi personaggi, con colore ed empatia. Lisa Ott si avvale di uno studio di animazione per mettere in scena una favola contemporanea su un ragazzo che vuole essere se stesso e che ci insegna che dobbiamo essere noi stessi, senza fingere di essere qualcosa che non ci appartiene. Menzione speciale per la migliore colonna sonora.

The Worst Thing of Pain di Ana Clara Miranda Lucena (Brasile)

Vincitore del premio del Museo Nazionale del Cinema, questo cortometraggio ha un tratto molto originale e artistico, con un’animazione in stop motion realizzata con oggetti per raccontare la violenza ostetrica, una piaga che riguarda molti paesi e che, in alcuni, è diffusa in maniera endemica. Racconta anche come spesso le donne siano identificate solo come madri. I fili messi in scena sono gli stessi che ingabbiano la protagonista, in una società che le impedisce di vivere una gravidanza e una maternità serene.
La storia forte, cruda e autobiografica della scrittrice Caira Laima potrebbe essere raccontata con immagini scioccanti, eppure la regista e il suo team preferiscono dare valore artistico alla messa in scena, distinguendosi da molti altri cortometraggi. Parole e arte si bilanciano, trasformando una storia individuale in un racconto collettivo. Alla fine, c’è anche spazio per il disegno e la musica. Una poesia visiva per raccontare il dolore di una madre e di molte donne.

Informazioni su Giulia Pugliese 38 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023

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