
di Mattia Migliarino
Dal 31 marzo al 2 aprile Taxi Driver (1976) torna al cinema, un’occasione perfetta per
rivedere uno dei film più iconici di Martin Scorsese. Scritto da Paul Schrader, non è solo la
storia della discesa nella follia di un uomo, ma un racconto profondamente legato alle idee di
Sartre e Camus, che parla di alienazione e smarrimento in un mondo ormai irriconoscibile.
Travis Bickle, interpretato da un intenso Robert De Niro, è un reduce del Vietnam che si
aggira per una New York notturna e degradata, senza un vero scopo. La città non è solo
sporca e violenta, ma riflette il suo stesso malessere, un luogo assurdo in cui niente sembra
avere senso. Proprio come Antoine Roquentin de La nausea, Travis non si limita a osservare
il caos, ne è sopraffatto. Ma invece di filosofeggiare, il suo disagio si trasforma in rabbia, in
una voglia di reagire.




Il confronto più inquietante è con Meursault, protagonista de Lo straniero. Entrambi sono ai
margini della società, incapaci di connettersi con gli altri, emotivamente distaccati e con una
pericolosa inclinazione alla violenza. Se Meursault accetta l’assurdità della vita con
indifferenza, Travis decide di opporsi, anche se non sa bene contro cosa. La sua ribellione è
confusa, disperata, e lo porta sull’orlo della distruzione. In fondo, entrambi sono condannati
alla solitudine, incapaci di adattarsi a un mondo che non li comprende.
Le idee di Sartre e Camus, e quindi di Taxi Driver, all’epoca erano quasi rivoluzionarie, ma
oggi sono più concrete che mai. La mancanza di scopi chiari, il senso di vuoto che spinge
sempre più persone in una sorta di apatia esistenziale, quella “nausea di vivere” di Sartre, non
sono più solo concetti astratti. L’alienazione di Travis non è solo un tema degli anni ’70: è
qualcosa che risuona ancora oggi, in una società sempre più confusa e frammentata.
Questa visione ha influenzato tantissimi film successivi. Senza Taxi Driver, personaggi come
il protagonista di Joker (2019), con il suo isolamento e la sua follia, o il taciturno e solitario
Driver di Drive (2011), non sarebbero gli stessi. L’eredità di Travis Bickle è quella di un
simbolo della solitudine moderna.
Rivedere oggi Taxi Driver significa confrontarsi con un cinema che non cerca di piacere, ma
di far riflettere. Travis Bickle è un eroe? Un pazzo? O semplicemente un uomo che, come
Roquentin e Meursault, si rende conto che il mondo non ha risposte da offrirgli?
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